Mercoledì 19 Dicembre 2018
   
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A proposito di Santa Chiara a Casamassima

Casamassima- A proposito di Santa Chiara

Articolo pubblicato su “La Voce del Paese” in edicola la settimana scorsa

Sogno o son desta...2. Spetta di diritto almeno un locale quale centro sociale, punti di incontro, trattenimento e socializzazione

 

“….i tanto demonizzati alloggi non coinvolgono l’intero complesso, ma solo una parte ;  il tipo di intervento oggi concesso in molti edifici storici su tutto il territorio nazionale con un progetto oculato.  Ad entrambi va aggiunto il superamento di concetto museale tendente alla mummificazione di un immobile per farne un organismo vitale ad uso in primis anche dei residenti del borgo.” 

Questa la conclusione “aperta” del mio precedente articolo in seguito al putiferio creatosi sulle disposizioni dell’amministrazione circa il complesso monumentale monastico Santa Chiara, per il quale lette e rilette le varie dichiarazioni rilasciate dagli addetti, non ho colto in nessuna il riferimento specifico alla LUM, ma si parla solo di studenti soggetti a rientrare nelle indicazioni della normativa regolamentare di edilizia sovvenzionata, realtà da anni presente in edifici storico-monumentali (in specie conventi e monasteri) su tutto il territorio nazionale, che con un processo e progetto multifunzione sono diventati degli organismi attivi e un  prezioso riferimento vitale per un intero quartiere o paese, prima ancora di eventuali probabili turisti.

Lo storico e architetto Roberto Pane che fondò a Napoli la Scuola di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti, (oltre che dirigere l’Istituto del Corso di Restauro della Facoltà di Architettura di Napoli che ho avuto la fortuna di frequentare), nel 1964 promosse la redazione della Carta Internazionale del Restauro di Venezia, sottoscritta da un comitato di 23 esperti, rappresentanti delle principali nazioni del mondo. Sostenitore a spada tratta della città storica e del paesaggio, portò avanti una lotta senza quartiere contro ogni speculazione edilizia dichiarando che : Ogni Monumento dovrà essere visto come un caso unico, perché tale è in quanto opera d’arte e tale dovrà essere anche il suo restauro”.  

E in quanto all'inserimento di nuovi elementi, considerati necessari a partire da un giudizio critico di valore per ragioni estetiche e tecniche, dovranno garantire l'armonia tra antico e nuovo oltre che mostrare «non di essere opere antiche, ma di essere opere d'oggi» ossia l’intervento si deve leggere per non rischiare di fare un “falso storico”  

Che il valore dell’Architettura come forma d’arte e testimonianza del passato sia riconosciuto da tutti è indiscutibile,  difficile diventa far capire che un bene monumentale non è solo un’astrazione fisica da contemplare e che il rispetto verso di esso è dato dalla sua fruibilità con l’adeguamento alla contemporaneità nell’uso, nei mezzi e nella tecnologia che non devono essere visti come degli intrusi .  

Esso deve essere raggiungibile da chiunque e garantirne l’accesso per coglierne il valore storico-artistico a prescindere dalla funzione cui è destinato, oltre essere quanto più possibile economicamente autonomo per assicurarne la gestione e manutenzione ovviando il rischio di preclusione e degrado, come purtroppo si verifica a tutt’oggi in grandi e piccole città. 

Importantissima è quindi, al di là della destinazione e progettazione, la modalità della gestione di un bene, oggi tendente sempre di più ad una collaborazione tra pubblico e privato o all’affidamento a una o più associazioni specifiche. Occorre entrare nell’ottica di “estrapolare il bene dal contesto storico, renderla entità astratta e isolata, che non ha più legami con la propria epoca, ma neppure con quanto l’ha preceduta o la seguirà; ignorare la destinazione cui era stata riservata e le metamorfosi cui è stata sottoposta. Un bene non è tale se non è fruibile, la pura contemplazione non appartiene all’architettura».

Occorre contravvenire all’dea che l’utilizzo contemporaneo di un bene sia un mancato rispetto e procedere con corrette pratiche di salvaguardia che creino le condizioni idonee per evitare ogni ostacolo tra “arte e uomo” e far si che un edificio monumentale sia una “opera aperta” che viva il tempo di oggi, si trasformi e si evolva adeguandolo alle esigenze sociali. 

Il compito del progettista è quindi quello “di concepire una soluzione che contemperi la salvaguardia dei messaggi testimoniali in esso racchiusi, la conservazione della materia della fabbrica perché unica ed irripetibile, l’adeguamento alle attuali esigenze prestazionali sia per una piena e sicura fruibilità del bene da parte di tutti, sia per una preservazione del bene stesso” .  

Basilare è che il progettista conosca la storia del bene, i materiali e le tecniche costruttive dell’epoca, le metodologie e le tecnologie attuali, la normativa in vigore, l’eco-compatibilità, le barriere architettoniche, l’utenza reale e soprattutto la precisa destinazione d’uso che eviti il rischio di creare degli enormi contenitori vuoti o troppo  chiusi, senza mai perdere di vista il quartiere e i suoi abitanti cui, a mio avviso, spetta di diritto almeno un locale quale centro sociale e l’utilizzo degli spazi aperti quali punti di incontro, trattenimento e socializzazione.

DI MARILINA PAGLIARA (Architetto)

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