Lunedì 18 Novembre 2019
   
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Unitre: “Memoria, sport e demenza di Alzheimer”

unitre alzheimer

Interessante incontro col dr. Eugenio Corrado

Ennesimo incontro del mercoledì presso l’Unitre – Università delle Tre Età. Il 6 marzo u.s. si è tenuta un’interessante e conoscitiva conferenza riservata ai soci, ma aperta anche alla cittadinanza dal titolo “Memoria, sport e demenza di Alzheimer” inerente la patologia in oggetto.

Brillante e chiarissimo relatore è stato il dr. Eugenio Corrado che ha trattato le problematiche non solo dal punto di vista medico-scientifico, ma anche sociale, statistico e preventivo-curativo.

Riportiamo una adeguata sintesi a cura dello stesso dottor Corrado.

«La malattia di Alzheimer (AD), la forma più comune di demenza, è una crescente preoccupazione per la salute globale con enormi implicazioni per gli individui e la società. Deve il suo nome al neurologo tedesco Alois Alzheimer che nel 1907 ne descrisse per primo le caratteristiche; è una patologia neurodegenerativa che porta alla perdita di memoria e di altre abilità cognitive talmente grave da interferire con la vita quotidiana e con le più semplici attività; ad oggi non esiste una cura per l’Alzheimer: i trattamenti disponibili consentono di alleviare i sintomi e, in alcuni casi, di rallentare la progressione della patologia.

Questi elementi, uniti al progressivo invecchiamento delle popolazioni in tutto il mondo, ha indotto l’OMS a inserire la malattia di Alzheimer (e le demenze più in generale) tra le priorità globali di sanità pubblica. Oggi, secondo l’OMS, circa 35,6 milioni di persone nel mondo soffrono di demenza. Di queste 60-70% (tra i 21 e 25 milioni) è affetto da Alzheimer.

In Europa, soffrono di Alzheimer 10 milioni di persone, un numero che è destinato quasi a raddoppiare (18,6 milioni) entro il 2050. Su scala mondiale si registrano quasi 10 milioni di nuovi casi all’anno di Alzheimer, vale a dire un nuovo caso ogni 3,2 secondi. Anche in Italia la patologia ha dimensioni rilevanti: secondo l’Istat circa 1 milione di italiani ne sono affetti (dati del 20 luglio 2018).

Lo sviluppo di terapie per l'AD è ostacolato da molteplici fattori, primo tra tutti la non totale conoscenza dell’eziopatogenesi della malattia. Pertanto oggigiorno grande interesse è posto alla sua prevenzione e alla ricerca dei meccanismi causali nella speranza di individuare una cura adeguata. Un cervello adulto sano ha circa 100 miliardi di neuroni, ciascuno con estensioni lunghe e ramificate. Queste estensioni consentono ai singoli neuroni di formare circa 100 trilioni di connessioni con altri neuroni. Tali connessioni, chiamate sinapsi, consentono ai segnali di viaggiare rapidamente attraverso i circuiti neuronali del cervello, creando la base cellulare di ricordi, pensieri, sensazioni, emozioni, movimenti e abilità.

Fisiologicamente, con l’invecchiamento si osserva una modesta riduzione del numero di neuroni e delle loro sinapsi con una conseguente diminuzione della massa cerebrale. Al contrario, nei casi di demenza, soprattutto nell’Alzheimer, l’atrofia corticale è molto più diffusa e grave, e generalmente investe in maniera simmetrica nei due emisferi, sia la sostanza grigia sia la sostanza bianca. Questa atrofia comporta un progressivo e irreversibile declino delle capacità cognitive e l’insorgenza di sintomi comportamentali e neuropsichiatrici fino alla compromissione funzionale totale dell’individuo.

I fattori di rischio associati alla malattia di Alzheimer vengono divisi in due categorie: fattori di rischio non modificabili (età avanzata, familiarità e mutazioni geniche) e fattori di rischio modificabili (fattori di rischio cardiovascolare, stress psicologico, traumi cerebrali, inattività fisica, basso livello di istruzione, dieta). Mentre sui primi non è possibile agire, sui secondi è possibile intervenire ottenendo dei significativi risultati sul piano clinico. La dieta mediterranea innanzitutto, ricca di frutta verdura cereali e con un basso apporto di grassi animali è capace di ridurre i processi infiammatori e il danno neuronale.

Altri studi hanno focalizzato l’attenzione sui fattori di rischio potenzialmente modificabili, individuando nell’attività fisica uno dei più importanti e per i suoi benefici diretti e per la sua influenza su altri fattori di rischio dell’AD.

Recenti studi attribuiscono all’esercizio fisico aerobico la capacità di aumentare la sopravvivenza delle cellule cerebrali attraverso una serie di processi molecolari portando a un ridotto rischio di demenza o di mortalità correlata alla demenza, e un ridotto declino cognitivo in pazienti con deterioramento cognitivo lieve o Alzheimer, e questo significa che l’esercizio fisico produce effetti positivi sulle funzioni cognitive in soggetti sani e in pazienti con demenza. Bisogna dire che la comunità scientifica non è ancora d’accordo circa la frequenza, l’intensità, la durata e la tipologia degli allenamenti. Tuttavia a riprova di questo, i risultati del mio studio condotto nella facoltà di Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi del Molise hanno dimostrato che è possibile migliorare le performance cognitive, in particolare le funzioni esecutive, l’attenzione, la velocità di elaborazione e la memoria, in soggetti con malattia di Alzheimer lieve e moderata attraverso programmi di esercizio fisico aerobico semestrale. In attesa di avanzare nella comprensione della patogenesi dell’Alzheimer si stanno seguendo nuove strategie terapeutiche con l'obiettivo di passare dalla terapia alla prevenzione»

A cura dell’Unitre Casamassima
Foto Nietta D’Innella – Unitre Casamassima

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