Mercoledì 19 Dicembre 2018
   
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PUGLIA, RIPRENDE L’EMIGRAZIONE VERSO IL NORD

valigia

Nel 2008 il Mezzogiorno ha perso oltre 122mila residenti a favore delle regioni del Centro–Nord a fronte di un rientro di circa 60mila persone. Riguardo alla provenienza, oltre l’87% delle partenze ha origine in tre regioni: Campania, Puglia, Sicilia. Nel 2008 sono stati 173mila gli occupati residenti nel Mezzogiorno ma con un posto di lavoro al Centro–Nord o all’estero, 23mila in più del 2007 (+15,3%). Sono i “pendolari di lungo raggio, cittadini a termine che rientrano a casa nel week–end o un paio di volte al mese”, spiega il Rapporto Svimez 2010: giovani e con un livello di studio medio–alto: l’80% ha meno di 45 anni e quasi il 50% svolge professioni di livello elevato. Il 24% è laureato. Non lasciano la residenza generalmente perché non lo giustificherebbe né il costo della vita nelle aree urbane né un contratto di lavoro a tempo. Spesso sono “maschi, singles, dipendenti full time in una fase transitoria della loro vita, come l’ingresso o l’assestamento nel mercato del lavoro”.

Su Casamassima, nonostante l’ateneo privato LUM – che intercetta studenti campani, calabresi e lucani – molti sono i giovani che lasciano il proprio territorio.a3-locandina-e-migranti_

Le regioni che attraggono maggiormente i pendolari sono Lombardia, Emilia–Romagna e Lazio. Preoccupa in particolare la condizione dei neolaureati: “Nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti; tre anni più tardi la percentuale è balzata a quasi il 38%”. Soprattutto i laureati meridionali che si spostano dopo la laurea al Centro–Nord vanno incontro a contratti meno stabili rispetto a chi rimane, ma a uno stipendio più alto. Il 50% dei giovani “immobili al Sud” non arriva a mille euro al mese, mentre il 63% di chi è partito dopo la laurea guadagna tra 1.000 e 1.500 euro e oltre il 16% più di 1.500 euro. (R.I.).

Secondo il bilancio demografico regionale elaborato dall'ISTAT, oggi a fronte di un saldo naturale che è risultato pari a + 6.677 unità, l'incremento demografico della regione Puglia è dovuto, in misura consistente, dalle immigrazioni che sono largamente superiori alle emigrazioni. Nel corso del 2007 sono state iscritte in anagrafe come provenienti dall'estero 17.870 persone, mentre ammontano a 3.073 le cancellazioni per l’estero.

Oggi la Puglia conta 51.242 cittadini stranieri di cui 23.041 in provincia di Bari.

I posti di lavoro del Mezzogiorno sono in numero assai inferiore a quello degli occupati. Ed è la carenza di domanda di figure professionali di livello medio–alto a costituire la principale spinta all’emigrazione.

La separazione dalla terra d'origine è sempre sentita come una frattura nella vita personale, come nell'"addio ai monti" ..e l’addio ai monti guarda sempre al sud..

Se la crisi colpisce l’Italia, il Mezzogiorno continua a prendere il colpo più duro. Scatta cosi, la ripresa del fenomeno dell’emigrazione interna – per molti mai fermatosi – caratterizzante una larga fetta della nostra storia, che vedeva le mitiche valigie di cartone, piene di speranze, lasciare il mezzogiorno per  prendere l’avvio verso il più fortunato nord Italia.

Sono passati circa 50 anni. Ora le valigie si chiamano trolley, contengono spesso un pc, e magari per molti anche un diploma di laurea…di speranza invece ne rimane ben poca… di rabbia tanta. Un quadro triste, e alquanto lontano da quello che i figli del boom economico potevano aspettarsi dal nostro futuro.

Riprende forza l'emigrazione interna per motivi economici. Quello che per molte famiglie del sud Italia, Calabria e Sicilia in primis, seguite dalla nostra Puglia, era tangibile, diviene ufficiale e approfondito dalla recente indagine dello Svimez  (Agenzia per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno).

Il Rapporto 2010 non lascia margini alla retorica del «paese che sta meglio degli altri»: non c'è un solo settore economico che non presenti stabilmente un segno meno davanti a un numero invariabilmente più alto di quelli registrati nel centro-nord o negli altri paesi europei. Nemmeno il turismo – che pure potrebbe giovarsi di condizioni climatiche tali da poter programmare una «stagione di 12 mesi» – riesce a migliorare la media: su 100 visitatori solo 10 ‘scendono’ nel Mezzogiorno.

Dovunque si guardi il problema è lo stesso: carenze infrastrutturali che derivano da un'antica e ora aggravata assenza di progetto politico-economico, appesantite da una presa della criminalità organizzata capace di «bruciare» in partenza qualsiasi ipotesi di modernizzazione. E a volerne trovare le radici storiche, per molti si potrebbe arrivare al Regno delle due Sicilie.

Ma a guardare le cause più recenti, quelle sulle quali si può più concretamente intervenire, si scopre che il governo in carica ha di fatto azzerato le «politiche di riequilibrio», già prima molto inferiori a quelle di altri paesi (Germania, Francia, Spagna). Il colpo finale è arrivato dallo storno verso altri obiettivi dei Fondi per le aree sottoutilizzate (Fas), per un totale di 26 miliardi in pochi anni. Vero è che il tasso di utilizzazione di questi fondi da parte degli enti locali era in alcuni casi vergognosamente basso; ma non averli più a disposizione mette a rischio il raggiungimento di molti degli obiettivi indicati nel «Quadro strategico nazionale».

La forzatura del «federalismo demaniale» si va oltretutto a sommare a «liberalizzazioni e privatizzazioni» che hanno aggravato il divario Nord-Sud (il contrario di quanto promesso); è infatti molto probabile che gli enti territoriali più deboli economicamente siano spinti ad «adottare comportamenti opportunistici»: ovvero «mettere a valore» quei beni più facilmente collocabili sul mercato.

Lo scenario che emerge dall'analisi dello Svimez è quella di un avvitamento. Le spese per investimenti infrastrutturali sono scese in soli tre anni di quasi il 9% in una parte del paese che presenta una rete autostradale e ferroviaria di fatto preistorica (il 51% delle tratte non è nemmeno elettrificato).

vignetta_disoccupazione_nBassa qualità dei servizi pubblici meridionali, restrizioni nel credito a imprese e cittadini ecc, sono ormai dei luoghi comuni. Per gli analisti Svimez l'unica soluzione è rappresentata da «un profondo processo di ristrutturazione dell'apparato produttivo meridionale» nell'ambito di uno sforzo progettuale per fare del Sud «una frontiera del paese verso il Mediterraneo». Uno spostamento del baricentro, insomma, che invece di continuare a vedere il Sud come la parte lontana e arretrata di un paese ormai saldamente «sbilanciato» a settentrione, fa di questo territorio un possibile «ponte» verso Africa e Medio Oriente. Significa un sistema integrato di porti e reti di trasporto efficienti, non la diffusione puntiforme e fatiscente di oggi.

Ed eccoci alle conseguenze. A pagare il prezzo sono le popolazioni, naturalmente, a partire dai giovani –  con tassi di disoccupazione record – ormai protagonisti di un costante flusso migratorio senza ritorno, come anche del fenomeno del «pendolarismo su grandi distanze». Un divario che si misura anche nei livelli di povertà (il 14% delle famiglie può contare su meno di mille euro al mese), con forti difficoltà a far fronte al pagamento delle bollette, le spese mediche oppure quelle «impreviste». Del resto, il 47% delle famiglie qui è monoreddito. E anche se uno il lavoro ce l'ha, la «protezione» della cassa integrazione vale solo per il 25% dei lavoratori (il 50%, nel centronord). Un indicatore aiuta a capire le conseguenze. Anche la «speranza di vita», al Sud, è più bassa: in un anno la Puglia è stata una delle regioni con i più alti tassi di emigrazione nel corso del XX secolo meno, sia per le donne che per gli uomini. La ripartizione degli iscritti alle anagrafi consolari oggi stima in 370mila il numero dei pugliesi emigrati all'estero.

In realtà sono milioni, nel corso del Novecento, i pugliesi che hanno scelto la strada dell'emigrazione interna, attratta dallo sviluppo industriale di alcune aree settentrionali del Paese. Dal 1951 al 1967, 1.200mila emigranti hanno lasciato la Puglia per trasferirsi prevalentemente in Piemonte e in Lombardia. In particolare Milano è stata la destinazione che ha attratto un gran numero di giovani pugliesi.

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