Lunedì 20 Novembre 2017
   
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Trigesimo della morte di Antonio Busto: chiesa gremita

La folla per il trigesimo della morte di Antonio Busto


È stato l'intero paese a voler omaggiare ancora una volta il giovane casamassimese.
La testimonianza dell'amico sacerdote don Stefano De Mattia


È già trascorso un mese. Un mese da quel tragico episodio che ha scosso l'intera cittadinanza e che mai nessuno dimenticherà. Uno schianto e poi il buio. Il buio sul futuro, sulle aspettative e sulle speranze di un giovane casamassimese strappato troppo presto alla vita. È presso la chiesa Santa Maria delle Grazie che, a poco più di trenta giorni dalla sua prematura scomparsa, una fitta schiera di parenti, amici e conoscenti sono tornati a rendere omaggio ad Antonio Busto, alla sua persona, alla sua figura di segretario della Uil Casamassima sempre disponibile e impegnato socialmente.

Ci ha lasciati a soli 34 anni giovedì 10 dicembre quando, nelle vicinanze dell'ospedale Miulli di Acquaviva, sulla strada provinciale sulla quale viaggiava a bordo della sua Panda di rientro da Santeramo, probabilmente per un colpo di sonno, dopo aver perso il controllo dell'auto, si è schiantato frontalmente con un'altra macchina. Classe 1981, diplomato al Liceo classico "Publio Virgilio Marone" di Gioia del Colle, Antonio si è laureato in Scienze politiche ad indirizzo internazionale a Bari. Da sempre disponibile con tutti, soprattutto con le categorie più deboli, era un punto di riferimento impeccabile e professionale per il paese. Tante le battaglie, anche politiche, che lo avevano visto protagonista, non da ultimo quella per l'apertura della Casa della salute. Aveva ereditato la passione sindacale dal papà Franco, segretario generale della Uilm Uil di Puglia.

A presiedere la concelebrazione eucaristica nel trigesimo della sua morte, come in occasione della messa svoltasi per il funerale, ancora una volta il casamassimese don Stefano De Mattia, neo parroco della Chiesa Maria Santissima del Carmine di Sannicandro di Bari. Quale compagno di classe di scuola superiore di Antonio, don Stefano – che ha risposto con un “no comment” ai nostri interrogativi circa la mancata disponibilità della Chiesa Madre (decisamente più capiente) a far celebrare quest'ultima messa così come era avvenuto per il rito funebre – ha voluto condividere assieme a noi il ricordo del suo caro amico.

«C'è stata una grande partecipazione di popolo alla celebrazione», ha dichiarato. «Credo che fosse il modo che avevamo a disposizione in quel momento per esprimere la nostra gratitudine verso un ragazzo che ha fatto qualcosa per ogni singolo cittadino. Quella partecipazione numerosa è stata il segno evidente di quanto sia stato seminato da questo giovane. Ma si è trattato di un'attestazione di affetto anche nei confronti della famiglia, tant'è vero che alla fine della cerimonia il papà di Antonio ha preso la parola per ringraziare tutti, condividendo anche la meraviglia riguardo a quello che è avvenuto dopo il funerale: tanta gente si è recata dai genitori di Antonio per raccontare di essere stata aiutata da lui in maniera concreta. In questo modo sono venuti a conoscenza anche di episodi di cui erano all'oscuro», ha poi raccontato.

Ma come superare il dolore causato da una perdita così pesante? Cosa sognava Antonio per il futuro di Casamassima? E soprattutto, chi era esattamente e perché ha lasciato un segno tanto tangibile nella nostra cittadina? Di seguito il racconto sincero e appassionato del suo amico sacerdote.

Don Stefano, lei ha celebrato entrambe le funzioni religiose in ricordo di Antonio. Come ha potuto spiegare un fatto tanto drammatico come la sua scomparsa?

«Una vera e propria spiegazione non è possibile perché non ci sono risposte davanti alla morte e soprattutto a quella di un giovane. Inoltre se andiamo alla ricerca affannata dei perché rimaniamo vittime di questa ricerca. Risposte convincenti e razionali come l'uomo le vorrebbe non ce ne sono. Quello che invece possiamo attuare è una sorta di ministero della consolazione che nasce dalla nostra fede. Deve consolare un aspetto: anche Gesù, come uomo, non si è risparmiato questo momento drammatico della vita. La certezza è che non si è soli e che c'è un oltre. Se Gesù ha vissuto la morte vuol dire che condividerà con noi anche quello che ha vissuto lui per primo dopo la morte, cioè la resurrezione. È questa la nostra speranza ed è dalla speranza che vogliamo che il dolore in questo momento si lasci fecondare».

 

Come interpreta invece il profondo senso di gratitudine dimostrato dai cittadini dopo la morte ad Antonio e alla sua famiglia?

«Credo che esattamente questo sia il senso della carità. Si tratta di una forma di amore che non è contraccambiata nell'esatto istante in cui una persona se l'aspetta ma che trova delle risposte in seguito. La gratitudine è il segno tangibile, continua ad esserlo, di un bene seminato nonostante le risposte non siano giunte nell'immediato. I genitori di Antonio hanno tenuto a sottolineare proprio questo aspetto attraverso le parole di una preghiera di Madre Teresa di Calcutta, che recita: “Dà al mondo il meglio di te, e ti prenderanno a calci. Non importa, dà il meglio di te”. È quanto fatto da Antonio, in maniera così spontanea, gratuita, libera. Credo che l'intero paese si debba vantare di questo figlio, debba provare fierezza per chi l'ha tanto servito e amato. Credo che la partecipazione numerosa andasse anche in questa direzione».

 

Lei è testimone diretto dell'opera portata avanti da Antonio, dato che lo conosceva molto bene essendo stato suo compagno di classe. Cosa le è rimasto di quell'esperienza condivisa durata cinque anni?

«In realtà ci si è continuati a vedere anche dopo il diploma. Insieme si sono condivisi sogni, progetti, perché lui mi parlava di quello che sperava di realizzare per Casamassima. C'era una bella condivisione di attenzione, rivolta in particolare verso il nostro paese. La vita magari ci aveva anche portati lontani da Casamassima in alcune circostanze ma da parte nostra c'è sempre stata un'attenzione speciale rivolta al grembo che ci ha generati e cresciuti. Se poi devo ricordare Antonio per come era a scuola, posso dire che era molto preciso, attento e studioso. Studiava tantissimo. Si impegnava molto, anche perché poi voleva vedere i frutti del suo studio riconosciuti. Ricordo soprattutto la sua precisione e meticolosità. Nel rapporto con i compagni di classe era invece molto solare e aperto, tant'è che ancora oggi continuava a coltivare l'amicizia con alcuni compagni di classe».

 

Ricorda qualche aneddoto in particolare su cosa Antonio sperava per il futuro di Casamassima?

«La questione della Casa della Salute ce l'aveva proprio a cuore. Per quella stava lavorando tantissimo, perché voleva dare ai cittadini una cosa che in fondo sentiva appartenere a loro. Sul piano sociale, invece, date le problematiche esistenti a Casamassima, in quello che quotidianamente faceva (perché il suo era un agire quotidiano), guardava ad un riscatto delle classi sociali più deboli, per cercare di dare la dignità, spesso sottratta, a queste persone di fasce particolari della cittadinanza. Il suo lavoro era rivolto soprattutto a questi, a ché ognuno recuperasse il senso dei propri diritti”. Antonio, che la tua opera possa proseguire! Ci mancherai davvero tanto...

FRANCESCA DELL'AIA
foto Amo Casamassima

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