Giovedì 23 Novembre 2017
   
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Se non paghi l’I.V.A. cosa succede? L’ESPERTO RISPONDE

L'avvocato Alessandro Florio

 

L’articolo 10 ter del D.Lgs. n. 74 del 2000 prevede e punisce l’omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, per un ammontare superiore ad € 50.000,00.

Tale disposizione, dunque, tutela l’interesse del fisco alla riscossione dell’imposta così come autoliquidata dal contribuente.

Presupposto per la sua applicazione è, infatti, che il soggetto d’imposta abbia presentato la dichiarazione annuale ai fini dell’I.V.A. dalla quale risulti un saldo debitorio superiore ad € 50.000,00, senza che sia seguito il relativo pagamento entro il termine previsto.

Il Tribunale di Bergamo nel settembre del 2013 ha sollevato  questione di legittimità costituzionale per violazione del principio di uguaglianza con riferimento all’art. 10 ter, nella parte in cui prevede una soglia di punibilità (€ 50.000,00) inferiore rispetto a quelle stabilite per i delitti di dichiarazione infedele (€ 103.291,38) e di omessa dichiarazione (€ 77.468,53).

In estrema sintesi, ripercorrendo il contenuto dell’ordinanza rimettente, si è sostenuto che non può subire un trattamento deteriore chi non corrisponde l’imposta autoliquidata rispetto a chi rende una dichiarazione infedele o addirittura omette la relativa dichiarazione.

La lesione del principio di uguaglianza è di tutta evidenza, atteso che la dichiarazione infedele e l’omessa dichiarazione costituiscono illeciti incontestabilmente più gravi sul piano dell’attitudine lesiva degli interessi del fisco, rispetto all’omesso versamento dell’I.V.A..

Il contribuente che presenta una dichiarazione infedele, tesa ad occultare il reale imponibile o non presenta affatto la dichiarazione, tiene, infatti, una condotta certamente più insidiosa per l’amministrazione finanziaria - in quanto idonea ad ostacolare l’accertamento dell’evasione o addirittura a celare la stessa esistenza di un soggetto di imposta - rispetto a quella del contribuente che, dopo aver presentato la dichiarazione, omette di versare l’imposta da lui stesso autoliquidata, rendendo la propria inadempienza tributaria palese e immediatamente percepibile dagli organi accertatori.

La Corte Costituzionale - con sentenza del 7 aprile 2014 - ha rilevato tale evidente difetto di coordinamento tra la soglia di punibilità inerente il delitto di omesso versamento I.V.A. e quelle relative ai delitti dichiarazione infedele e omessa dichiarazione, ritenendo, pertanto, costituzionalmente illegittimo l’art. 10 ter nella parte in cui - con riferimento ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011 - punisce l’omesso versamento dell’I.V.A. dovuta in base alla relativa dichiarazione annuale, per importi non superiori, per ciascun periodo di imposta, ad euro 103.291,38.

Ciò significa che l’omesso pagamento dell’I.V.A. per un importo inferiore ad euro 103.291,38 commesso sino alla data del 17 settembre 2011, non è suscettibile di rilevanza penale e laddove il processo penale fosse già pendente il giudice dovrà con sentenza mandare assolto l’imputato perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.

Il consiglio legale per l’imprenditore imputato del delitto di omesso versamento è quello di verificare il periodo d’imposta cui la contestazione fa riferimento per valutare la rilevanza penale o meno della relativa condotta.

AVV. ALESSANDRO FLORIO

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