Lunedì 20 Novembre 2017
   
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FALSO PROFILO SU SOCIAL NETWORK: È REATO

utente anonimo

La Corte di Cassazione, sez. V penale, con la sentenza del 16 giugno 2014 n. 25774 ha stabilito che integra il delitto di cui all’art. 494 c.p. (sostituzione di persona) la condotta di colui che crea un profilo su un social network, utilizzando abusivamente la foto di un altro soggetto del tutto inconsapevole, al fine di comunicare a mezzo chat con gli altri utenti ed inducendoli in errore.

Nel caso di specie, la Corte territoriale di Reggio Calabria confermava la sentenza emessa in primo grado dal Tribunale di Palmi per il delitto di sostituzione di persona, poiché l’imputato, al fine di procurarsi un vantaggio o comunque di recare danno, aveva utilizzato l’identità di altro soggetto, pubblicando su un social network (badoo.com) la sua immagine associata ad un falso nominativo. La condotta penalmente rilevante si sostanziava nell’avere utilizzato il profilo creato, inducendo in errore coloro che comunicavano con lui attraverso la chat. Avverso tale pronuncia proponeva ricorso per Cassazione, eccependo la violazione di legge in relazione all’art. 494 c.p. per insussistenza dell’elemento soggettivo richiesto (dolo specifico) considerato che aveva utilizzato il falso profilo non del tutto riferibile alla persona offesa (immettendo solo la foto e non anche il nome). In secondo luogo, rilevava la violazione di legge in relazione all’art. 192 c.p.p. per non avere valutato l’attendibilità delle dichiarazioni della persona offesa, la quale riferiva circostanze generiche ed incongruenti. Infine, riteneva sussistente la violazione di legge per mancata riapertura dell’istruttoria dibattimentale in sede di appello, al fine di escutere il soggetto che avrebbe informato la persona offesa dell’esistenza del falso profilo.

La Corte Suprema ha chiarito che la condotta posta in essere dal soggetto agente assume rilevanza penale, integrando la fattispecie di cui all’art. 494 c.p. L'art. 494 cod. pen., in particolare, punisce chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all'altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici.

Oggetto della tutela penale, dunque, è l'interesse riguardante la pubblica fede, in quanto questa può essere sorpresa da inganni relativi alla vera essenza di una persona o alla sua identità o ai suoi attributi sociali. Dunque, poiché si tratta di inganni che possono indurre in errore più persone e non solo un determinato destinatario, il legislatore ha ravvisato in essi una costante insidia alla fede pubblica e non soltanto alla fede privata e alla tutela civilistica del diritto al nome.

Nel dettaglio, colui che crea un falso profilo su un social network e lo utilizza abusivamente mediante la foto di un altro soggetto del tutto inconsapevole, al fine di comunicare a mezzo chat con gli altri utenti inducendoli in errore risponde del delitto di cui alla norma richiamata. Gli ermellini, nel caso di specie, come innanzi illustrato, hanno superato tutte le censure sollevate dalla difesa dell’imputato. Ebbene, il primo motivo, ossia la mancanza di dolo specifico nel porre in essere la condotta, è infondato, atteso che nel caso di specie risultano configurati tutti gli elementi costitutivi del fatto, compreso quello soggettivo. Ed invero, con la condotta posta in essere, l’agente ha ricavato vantaggi deducibili dall’attribuzione di una diversa identità, che utilizzava per intrattenere rapporti con altre donne o per soddisfare la propria vanità, ledendo l’immagine e la dignità della persona offesa. La seconda censura sollevata è inammissibile, atteso che le dichiarazioni della persona offesa erano state ampiamente valutate dai giudici di merito sul piano dell’attendibilità, risultando coerenti nel tempo, immuni da contraddizioni, prive di risentimento, nonché idonee a fondare un giudizio di responsabilità dell’imputato. Tutto ciò era stato riscontrato dall’individuazione dell’indirizzo Ip del pc dal quale era stato creato l’account che corrispondeva al computer dell’imputato. L’ultimo motivo di gravame risulta infondato, perché già valutato e motivato in sede di appello, atteso che è mancata la dimostrazione da parte del ricorrente di incongruità o illogicità nell’apparato motivazionale posto a base del provvedimento impugnato. Inoltre, i giudici di secondo grado hanno esaustivamente motivato le ragioni per cui non è stato strettamente necessario riaprire l’istruttoria, al fine di escutere il teste che aveva informato la parte offesa, per la completezza del materiale probatorio acquisito. Per tutte le argomentazioni esposte, il ricorso proposto è stato rigettato con conseguente condanna alle spese del ricorrente.

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