Giovedì 23 Novembre 2017
   
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VERANDA: NON SERVE L’AUTORIZZAZIONE

pergotenda

Gli uomini hanno case, ma sono verande” (Cit. tratta dal Romanzo City di Alessandro Baricco, 1999). L’anomalia del porch (veranda) è evidentemente quella di essere, al contempo, un luogo dentro e un luogo fuori. In un certo modo, esso rappresenta una soglia prolungata, in cui la casa non è più, e tuttavia non si è ancora estinta nella minaccia del fuori. È una zona franca in cui l’idea di luogo protetto, che ogni casa sta lì a testimoniare e realizzare, si sporge oltre la propria definizione, e si ripropone, quasi indifesa, come per una postuma resistenza alle pretese dell’aperto. In questo senso, la veranda sembrerebbe un luogo debole per eccellenza, mondo in bilico, idea in esilio. E non è escluso che proprio questa sua identità debole concorra al suo fascino, essendo incline, l’uomo, ad amare i luoghi che sembrano incarnare la propria precarietà, il proprio essere creatura allo scoperto, e di confine. Ebbene sì, questo ragionamento si può riassumere con l’espressione “Gli uomini hanno case: ma sono verande”. È curioso, tuttavia, come questa condizione di “luogo debole” si dissolva non appena la veranda cessa di essere inanimato oggetto architettonico e viene abitato dagli uomini. Su una veranda, l’uomo dimora spalle alla casa, seduto, e per lo più seduto su una sedia provvista di apposito meccanismo atto a farla dondolare. Talvolta, componendo il quadro nella sua più accecante esattezza, l’uomo tiene in grembo un fucile carico. Sempre, guarda davanti a sé! Se ora ritornassimo a quell’immagine di precarietà che è il porch inteso come semplice oggetto architettonico, e lo arricchissimo della presenza dell’uomo – spalle alla casa, basculante sulla sua sedia a dondolo, con un fucile carico in grembo – quell’immagine virerà sensibilmente verso un senso di forza, sicurezza, determinazione. Si potrebbe dire addirittura che quel porch cessa di essere un’eco fragile della casa a cui si appoggia, e diventa validazione finale di ciò che la casa appena accenna: sanzione definitiva del luogo protetto, soluzione del teorema che la casa si limita a enunciare. In definitiva, quell’uomo e quel porch, insieme, costituiscono un’icona laica, eppure sacra, in cui si celebra il diritto dell’umano al possesso di un luogo suo proprio, sottratto all’indistinto essere del semplicemente esistente.

Di più: quell’icona celebra la pretesa dell’umano a essere in grado di difendere quel luogo, con le armi di una metodica viltà (il basculare della sedia a dondolo) o di un attrezzato coraggio (il fucile carico). Tutta la condizione umana è riassunta in quell’immagine. Giacché esattamente questa appare la dislocazione destinale dell’uomo: essere di fronte al mondo, con alle spalle se stesso. Ergo, si stima che nel Belpaese esistano all’incirca 6 milioni di verande, dunque una ogni dieci cittadini, circa. Infanti, ultraterreni ed extracomunitari inclusi: questo principalmente, fa della nostra terra, la nazione delle verande. Inoltre, pressappoco, si è determinato che circa il 75% di queste siano completamente abusive. Siffatto sistema fa dell’Italia anche il paese degli illegali, ma questo non c’era bisogno delle verande per capirlo. La locuzione “veranda”, secondo autorevoli fonti, discende dalla lingua indiana. In India, in effetti, la veranda è molto diffusa al pari dello zenzero, degli induisti, delle carceri per i marò e la dissenteria. Quasi certamente, il vocabolo è un accomodamento portoghese o spagnolo del termine indiano “varanda” o “baranda” a cui ci si riferisce per indicare ringhiere, balaustre o balconi. La veranda ha avuto grande spargimento soprattutto a cavallo degli anni ’50 - ‘60, ovvero prima dell’estro della concessione edilizia, dell’Ici e dell’autorevole variazione catastale. Invero, in quegli anni assemblare una veranda era molto banale, si sceglieva un’apertura dell’abitazione, dopodiché si decideva quanto grande dovesse essere. I dirimpettài si avvertivano solo in caso di necessità. Se durante la fabbricazione della veranda “qualcuno veniva a domandare”, gli si rispondeva che era in arrivo un altro figlio e serviva un bagno in più. Questa giustificazione di norma era sufficiente. Così mentre nell’Inghilterra vittoriana si andava in veranda a prendere il tè, nel Belpaese di solito si andava in veranda subito dopo aver preso il caffè (questo dipendeva dal metabolismo degli abitanti l’immobile). Con il moltiplicarsi delle costruzioni in cemento armato, zeppe di terrazzi e di balconi, la veranda ha cambiato aspetto perché la parte più difficile del lavoro era già stata fatta. Inoltre, grazie alla facilità d’uso del cemento armato, molte verande sono state murate e dissimulate negli edifici, ma questo solo per evitare il costo di riparazione dei vetri rotti e del relativo suggellamento. Oggi la veranda non è più così d’attualità, è troppo appariscente e tende al radical chic; in tempo di crisi meglio qualcosa più low profile, tipo strutture in legno e teli in Pvc. Per sommi capi, le verande non sono conformi alla vigente normativa. Un mio cugino, molto apprensivo che vive in un centro abitato in provincia di Bari, ha dato incarico a un tecnico di fare la “pratica all’ufficio tecnico” della sua veranda. Ma il tecnico, dopo una settimana di rilievi, due mesi di studio e duemila euro di acconto, è sparito. In uno scenario come questo, dopo ampia giurisprudenza contraria, è notizia di qualche giorno fa che la veranda poggiata e non ancorata al pavimento non richiede nessun titolo abilitativo. Lo ha affermato il Consiglio di Stato, Sez. VI, con la sentenza n. 1777 del 11/04/2014. La sentenza che vi segnalo si propone per certo a rappresentare uno degli “arresti” più significativi degli ultimi anni in tema di verande e abusi edilizi, atteso che con essa il Consiglio di Stato specifica che una pergotenga con teli in Pvc, quand'anche di struttura lignea, non necessita di alcun permesso di costruire, rientrando a pieno titolo tra gli interventi di edilizia libera.

Dalla vicenda processuale emerge che il Tar per il Lazio rigettava la richiesta proposta avverso le determinazioni dirigenziali di Roma Capitale con le quali erano state comandate la sospensione dei lavori e, rispettivamente, la demolizione con riguardo a una struttura in legno realizzata su un terrazzo di livello dell’abitazione di proprietà della ricorrente. La struttura era costituita da due pali dello spessore di 8,50 cm. x 11,50 cm. poggiati sul pavimento del terrazzo a livello e da numero 4 traverse con binario di scorrimento a telo in Pvc della superficie di 15 mq., dell’altezza variabile da 2,80 mt. a 2,10 mt., ancorata al sovrastante balcone e munita di una copertura rigida di 4 mq. a riparo del telo retrattile. Il Tar escludeva che la struttura realizzata dalla ricorrente, “per le sue dimensioni, per la grandezza dei pali, per essere ancorata al suolo e al balcone sovrastante e per avere anche un’ulteriore copertura, a riparo del telo”, potesse essere qualificata come pergotenda ai sensi della circolare di Roma Capitale n. 19137 del 09/03/2012 e rientrasse nell’attività edilizia libera, ma riteneva che “la stessa, determinando una modifica dei prospetti e della sagoma, avrebbe richiesto il Permesso di costruire o alternativamente la Dia cd. pesante, entrambi nella specie mancanti”, affermando di conseguenza la legittimità dell’impugnato provvedimento di ripristino. Avverso tale sentenza interponeva appello la ricorrente soccombente. Secondo i giudici amministrativi il punto rilevante risiede nel mancato ancoraggio – erroneamente supposto dal Tar – dei pali di sostegno della struttura in esame al pavimento del terrazzo pertinenziale dell’abitazione dell’appellante (nel verbale di sopralluogo della Polizia municipale, posto a base degli impugnati provvedimenti, si discorre di pali poggiati sul pavimento, e non già di pali ancorativi in modo fisso), con conseguente facile amovibilità della struttura medesima. La struttura in esame, costituita da due pali dello spessore di 8,50 cm. x 11,50 cm. poggiati sul pavimento del terrazzo a livello e da numero 4 traverse con binario di scorrimento a telo in Pvc della superficie di 15 mq. e dell’altezza variabile da 2,80 mt. a 2,10 mt., ancorata al sovrastante balcone e munita di una copertura rigida di 0,80 mt. (in aggetto) x 5,00 mt. a riparo del telo retrattile non configura né un aumento del volume e della superficie coperta, né la creazione o modificazione di un organismo edilizio, né l’alterazione del prospetto o della sagoma dell’edificio cui è connessa, in ragione della sua inidoneità a modificare la destinazione d’uso degli spazi esterni interessati, della sua facile e completa rimuovibilità, dell’assenza di tamponature verticale e della facile rimuovibilità della copertura orizzontale (addirittura retrattile a mezzo di motore elettrico). La stessa deve, perciò, qualificarsi alla stregua di arredo esterno, di riparo e protezione, funzionale alla migliore fruizione temporanea dello spazio esterno all’abitazione cui accede, in quanto tale riconducibile agli interventi manutentivi non subordinati ad alcun titolo abilitativo ai sensi dell’art. 6, comma 1, Dpr n. 380 del 06/06/2001. Ne consegue la fondatezza del motivo d’appello, di erronea reiezione della censura di violazione degli artt. 3, 6, 10 e 33 del Dpr n. 380 del 06/06/2001 e artt. 14 e 16 Legge regionale Lazio n. 15 del 11/08/2008, avendo gli impugnati provvedimenti erroneamente qualificato l’opera in oggetto come intervento di “ristrutturazione edilizia e/o cambio di destinazione d’uso da una categoria all’altra”, anziché come semplice intervento di natura manutentiva rientrante nell’attività edilizia cd. libera. Per le esposte ragioni, in accoglimento dell’appello e in riforma dell’appellata sentenza, Il Consiglio di Stato impone l’accoglimento del ricorso di primo grado, con sequela di annullamento dei gravati provvedimenti e assorbimento di ogni altra questione.

D’improvviso ti senti comico, lì, sulla veranda, a fare la guardia contro nessun nemico, ed è una stanchezza che ti morde, e l’umiliazione di sentirti così inutilmente ridicolo, alla fine ti alzi e rientri in casa, dopo anni di menzogne, di simulazioni, rientri a casa sapendo che magari nemmeno ti riuscirà di orientarti, là dentro, come fosse la casa di un altro e invece è la tua, lo è ancora, apri la porta ed entri, curiosa felicità che non ricordavi, casa tua, dio che meraviglia.

Giovanni Colucci, consulente e perito tecnico del Tribunale civile e penale

Commenti  

 
#1 bizzoca 2014-06-19 14:21
Ha ragione la redazione, serve l'Ingegnere comunale.
 

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