Venerdì 14 Dicembre 2018
   
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MA SE NON SIAMO NEMMENO ITALIANI!

euro

Un cocktail di contraddizioni. Ecco cosa siamo noi italiani.

Questa settimana l’imbarazzo della scelta. Quale dei tanti avvenimenti selezionare in prima fila per fare il punto? Tra euroscettici in forte ascesa, aumento dei suicidi, Tricolore sbandierato qualche giorno fa nel giorno della Liberazione (partecipazione oscillante tra 4 gatti e migliaia di ‘partigiani’), sfottimenti ai fascisti che si ripresentano col fascio littorio alle amministrative (accade a Santeramo e la cosa ha fatto ridere non poco il mondo, per la verità), una bolla tecnologica all’orizzonte, la politica che gioca con le tasche dei cittadini (ne sapete niente delle 400 auto-blu che Monti avrebbe commissionato e poi scioccamente rallentato?).. e bla bla.

Già, da dove cominciare?

Ah, proviamo a definirci italiani.

Massimo Taparelli marchese d'Azeglio, nel 1891, profetizzava: “Pur troppo s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gl'Italiani”.

Potremmo noi, 121 anni dopo, rilanciare che “Fatta l’Europa, non si riesce a fare gli europei?”. Del resto facciamo ancora fatica a fare gli italiani! Ce l’abbiamo o no, noialtri, il problema del federalismo e della successione leghista? Ce l’abbiamo o no, noialtri, il problema della “Questione meridionale”? Ce l’abbiamo o no, noialtri, la vocazione esterofila?

Stiamo cercando, forse, di prendere in giro qualcuno fra attacchi demagoghi e propagande visionarie mentre il nostro paese va a rotoli (insieme all’Ue), non si riesce a trovare un accordo ‘vero’ sulla nuova legge elettorale (in fondo, il procellum sta bene a tutti), e gli imprenditori scappano dal loro paese. Mentre i sindacati contribuiscono alla fuga.

Ah, momento: dove le imprese non migrano verso lidi più accomodanti ci pensa il fango giudiziario. L’avete intuito, sì, che lo smantellamento (pure) di Finmeccanica serve solo a svenderla più velocemente? I nostri gioielli, uno a uno (come già ripetuto tante volte in questi mesi di governo professorale) se ne vanno a sguazzare in campi sudici dove, solo ad avvicinarsi, si rischia d’imbrattarsi.

Lo scrivevamo da novembre che c’erano lacrime amare per Sarkò. Lo avevamo annusato che qualche tegola stava per cadere sul capo di Merkel, e puntualmente la Grecia è destinata a uscire dall’euro per volere della stessa Ue, la Spagna ha rimesso in circolazione (da tempo ormai) la peseta in alcune aree del paese, l’Olanda manda a casa il governo (stampella della Germania) perché manifesta dubbi sull’unione, e la Francia, il braccio destro di ‘signora austerità’, rischia di voltarle le spalle se al ballottaggio per le presidenziali dovesse confermarsi Hollande il più acclamato.

L’Euro(pa) ha fallito?

No, almeno non vogliamo crederlo. Crediamo nell’unità perché fa la forza, ma strategie dolorose e così restrittive non giovano alla guarigione. Soprattutto se il fisico è debole.

Un’azienda deve contestualmente incassare dalle vendite della produzione, che a sua volta dev’essere il risultato di un investimento, che a sua volta dev’essere il frutto di una ‘visione’: un imprenditore deve guardare oltre il proprio naso e la propria conoscenza, deve rischiare, deve scommettere su se stesso e sulle risorse umane che lo circondano. Deve investire sulla formazione del personale, sull’accrescimento tecnologico, sulla digitalizzazione dell’impresa, sull’innovazione dei prodotti, deve essere in grado di sfruttare gli aiuti comunitari. “L’immaginazione – diceva Einstein – è più importante della conoscenza. E la crisi porta progresso”. La crisi è spaccatura, rottura col passato: ciò che andava bene ieri ora è da svecchiare. Nulla resta uguale a se stesso tranne la stupidità.

Un conto è la qualità: quella deve essere l’obiettivo unico.

Un conto è l’obsolescenza.

In questo scenario gli imprenditori italiani godono di un ottimo posizionamento nel mondo: ci invidiano tutti. Vi siete domandati perché?

Noi italiani, al nord come al sud, siamo invidiati dal resto del mondo perché sappiamo produrre qualità, nonostante il socio occulto (lo stato) che ci ‘ruba’ il 45% del nostro guadagno, nonostante l’ottusità di certe posizioni sindacali, nonostante la precarietà degli investimenti in ricerca, nonostante il costo elevato delle risorse umane. Nonostante i governi.

Ecco perché ci smantellano i gioielli di famiglia.

Ecco perché si accaniscono su questo spaccato di mondo che oltre alla straordinaria bellezza naturale possiede anche tanti cervelli pensanti.

I partiti però fanno il gioco dell’avversario e la politica non riesce a guardare oltre il suo naso (è o no, notizia di qualche ora che Audi abbia comprato, per esempio, Ducati?): permettono a Monti di continuare a smantellare l’Italia su mandato straniero.

E noi restiamo a guardare e a convincerci che dobbiamo fare sacrifici, pur se persino il Fondo monetario internazionale ha sentenziato che il pareggio di bilancio, l’Italia, non lo conquisterà se non per il 2017. Per il deficit-PIL italiano i dati sono questi: 2,4% nel 2012; 1,5% nel 2013; 1,6% nel 2014; 1,5% nel 2015; 1,3% nel 2016; 1,1% nel 2017.

Noi naturalmente analizziamo i dati e argomentiamo secondo le stime europee e mondiali, osserviamo cosa accade oltre il Belpaese e ci chiediamo come mai di tagli ancora nemmeno l’ombra. Eppure di spese inutili ce n’è a bizzeffe.

E lo sanno pure gli europeisti montiani a oltranza. 

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