Lunedì 10 Dicembre 2018
   
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LA RIVOLTA DEI FORCONI DEL 1960

casamassima forconi 1960


La storia in fondo è un susseguirsi di cicli, un alternarsi di scene all’interno delle quali i personaggi cambiano, ma le vicende umane restano più o meno simili.

Oggi si parla di atti violenti, crisi economica, agguati ambientali, tresche politiche, inciuci di palazzo, malaffare e corruzione, ma termini del genere non sono estranei nei decenni passati. È insito nell’essere umano errare e azzerare, ripulire e ricucire, sanguinare e purificare.

Oggi, come ieri, la storia insegna sempre: ogni volta ci sono attori differenti perché non si impara mai veramente. Non c’è esattamente qualcosa che abbia stigmatizzato nei cuori degli uomini il timore di ‘farsi male’. Ogni giovane animo è vocato all’esplorazione e all’esperienza.

La lotta di classe, oggi come ieri, esiste e si articola grosso modo somigliandosi.

Chi si lamenta che la violenza oggi abbia raggiunto livelli di esasperazione forse dimentica gli anni delle Brigate rosse (o dei movimenti fascisti).

I soprusi perpetrati dai potenti sul popolo non sono nuovi alle cronache degli storici e dei giornalisti, e il linguaggio non è più cruento oggi rispetto a ieri. Ogni epoca è segnata da un passaggio moderno, e nel 2012, quel passaggio si chiama internet. Un’arma senza dubbio a doppio taglio, ma lo erano anche le botteghe oscure di partito o i cavalli di troia volutamente ‘lanciati’ in mezzo al popolo per fomentare confusione e tafferugli.

I poteri (realmente) forti hanno sempre cavalcato l’equivoco, quel meccanismo dialettico che fa intendere ma che non dice. La comunicazione è parte integrante dell’uomo, pur tacendo.. Facciamoci il piacere di ricordarcelo, perché talvolta si scivola su ovvietà faziose attorno alle quali si costruisce un castello di carta, da incendiare a uso e consumo per gettare un po’ di fumo negli occhi in chi certi meccanismi di consenso politico non li conosce.

Violenza, ribellione, atti sconsiderati.. cosa sono se non snodi fabulistici di una storia che stiamo scrivendo?

La famiglia, la scuola, la parrocchia, la compagnia, la società: una escalation di gruppi sociali che si intrecciano tra loro e che ‘si scaricano’ come barili di reflui. Di chi la responsabilità di insegnare la buona educazione e il vivere civile? Ce lo domandiamo ancora, nel 2012.

Ma veniamo a quell’episodio casamassimese, quello del 1960, appunto. La ‘rivolta dei forconi’.

La leggenda narra che il sindaco Onofrio Fiermonte (gioia e dolore del popolo) ebbe a inciampare su una fazenda che gli provocò il risentimento popolare, soprattutto della classe operaia che – un bel giorno d’estate – proclamò un’occupazione territoriale (e il sindaco pare fu ‘costretto’ a emigrare): le vie di fuga furono bloccate e i proprietari terrieri furono lasciati senza operai e senza produzione per una quindicina di giorni. Sciopero coercitivo. Guai a chi fosse andato in campagna a lavorare.. Ancora oggi sopravvivono le testimonianze dei più anziani che ricordano quelle fughe notturne e i cortei di piazza di quei giorni.

A quel tempo le campagne elettorali erano agguerrite e partecipate: i cittadini in migliaia scendevano in piazza, fiumi di persone venivano giù dal paese antico attrezzati di sedie e sgabelli perché i comizi duravano almeno due ore e i candidati politici solitamente erano gli esponenti della Democrazia cristiana e del Partito comunista.

Anche le donne partecipavano attivamente alla vita politica, le campagne elettorali avevano il sapore della contesa dialettica e programmatica, e si avvertiva l’esigenza di ‘dare al popolo qualcosa in cui credere’.

Quella rivolta produsse i suoi risultati quando il sindaco tornò a casa e un nuovo patto sociale fu sancito. Lavoro ed equità sociale chiedevano. 

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