Mercoledì 12 Dicembre 2018
   
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DIFFAMAZIONE: I LIMITI AL REATO

tribunale

La Corte di Cassazione, Sez. V Penale, con sentenza del 2 luglio 2013 n. 28502, è tornata a pronunciarsi sui limiti inerenti il diritto di cronaca e, dunque, sulla responsabilità del giornalista.

In particolare, nel caso specifico, su tre articoli di un giornale, con toni molto duri, viene riportata un’intervista che descrive la gestione disastrosa, perché basata su interessi personali, attuata dal presidente di un Comitato provinciale della Croce Rossa Italiana. Sussiste la diffamazione a mezzo stampa? In tema di diffamazione a mezzo stampa, la condotta del giornalista che, pubblicando il testo di un’intervista, vi riporti, anche se “alla lettera”, dichiarazioni del soggetto intervistato di contenuto oggettivamente lesivo dell’altrui reputazione, non è generalmente scriminata dall’esercizio del diritto di cronaca, in quanto al giornalista stesso incombe pur sempre il dovere di controllare veridicità delle circostanze e continenza delle espressioni riferite.

Nell’occasione, però, la Corte ribadisce in quali casi non c'è reato di diffamazione, ma sussistano esimenti, cioè cause di giustificazione del diritto di critica e di cronaca. In merito, infatti, afferma che, per ritenere esistenti tali cause di giustificazione, è necessaria la sussistenza dell’interesse sociale, della continenza dei linguaggio e della verità dei fatti narrati. In presenza di tali elementi, una condotta illecita, in parole povere, diviene lecita e non punita dalla legge. Inoltre, viene evocato il parametro della attualità della notizia, nel senso che una delle ragioni che escludono la sussistenza del reato di diffamazione è vista nell’interesse generale alla conoscenza dei fatti, ossia nella attitudine della notizia a contribuire alla formazione della pubblica opinione, in modo che ognuno possa fare liberamente le proprie scelte, nel campo della formazione culturale e scientifica.

Ciò premesso, con riferimento, in particolare, al tema dell’intervista giornalistica, la pubblicazione di un’intervista, dal contenuto diffamatorio, rilasciata da un terzo al giornalista, solleva quest’ultimo dalla responsabilità per il delitto di diffamazione quando l’intervistato è un personaggio che occupa una posizione di alto rilievo nell’ambito della vita politica, sociale, economica, scientifica, culturale. In tal caso, non c'è reato se tale illustre personaggio rilasci dichiarazioni, pure in sè diffamatorie, nei confronti di altro personaggio, la cui posizione sia altrettanto rilevante negli ambiti sopra indicati. Infatti, è la dichiarazione rilasciata dal personaggio intervistato che crea di per sé la notizia, indipendentemente dalla veridicità di quanto affermato e dalla continenza formale delle parole usate. Notizia che, se anche lesiva della reputazione altrui, merita di essere pubblicata, perché soddisfa quell’interesse della collettività all’informazione, che deve ritenersi indirettamente protetto dall’art. 21 della Costituzione. Pretendere che il giornalista intervistatore controlli la verità storica del contenuto dell’intervista potrebbe comportare una grave limitazione alla libertà di stampa; pretendere che il pubblicista si astenga dal pubblicare l’intervista, perché contenente espressioni offensive ai danni di altro personaggio noto, significherebbe comprimere il diritto-dovere di informare l’opinione pubblica su tale evento.

In casi del genere, allora, il problema che sì pone attiene alla qualificazione da dare al personaggio che rilascia l’intervista, ai fine di accertare se effettivamente trattasi di personaggio noto e affidabile, le cui dichiarazioni siano comunque meritevoli di essere pubblicate, poichè, in caso di posizione di rilievo dell’intervistato, vi è l’interesse della collettività ad essere informata del suo pensiero sull’argomento che forma oggetto dell’intervista medesima e si potrà, dunque, ritenere operante la scriminante. Detta valutazione è ovviamente demandata al giudice del merito, ll quale dovrà tener conto, in primo luogo, dell’effettivo grado di rilevanza pubblica dell’evento dichiarazione, considerando in quale contesto valutativo e descrittivo siano riportate le dichiarazioni altrui, quale sia la plausibilità e l’occasione di tali dichiarazioni, infine dovrà accertare, attraverso una puntuale interpretazione dell’articolo, se il giornalista abbia assunto una posizione imparziale, limitandosi a riportare alla lettera le dichiarazioni del soggetto intervistato, sempre però che il fatto “in sé” dell’intervista, in relazione alla qualità dei soggetti coinvolti, alla materia in discussione e al più generale contesto dell’intervista, presenti profili di interesse pubblico all’informazione, tali da prevalere sulla posizione soggettiva del singolo. Diversamente, in mancanza di tutte queste condizioni, il giornalista diventa un dissimulato coautore della dichiarazione diffamatoria e trova applicazione la normativa sul concorso delle persone nel reato di cui all’art. 110 c.p..

Commenti  

 
#2 Libero 2014-01-07 20:12
Finalmente il giornalista libero e non venduto ai politici, potrà esprimere al meglio e senza paura della mannaia di una magistratura da rivedere, la propria professionalità!
 
 
#1 tantopersapere 2014-01-07 19:16
DIO C'È, E STA DALLA PARTE DEGLI ONESTI !!!!!!!!
 

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