Martedì 18 Dicembre 2018
   
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DOVE SONO LE LOBBY FINANZIARIE?

euro

“Capitalismo finanziario e democrazia” è il titolo del seminario svoltosi il 4 giugno a Roma presso la sede dell’Associazione nazionale fra le banche popolari, che ha ospitato James K. Galbraith, professore dell’Università del Texas e autore del volu- me The predator State (Lo stato predatore), nel quale, come riporta nel suo intervento Bruno Amoroso, professore emerito di economia e presidente del Centro studi Federico Caffè, è contenuta “un’analisi lucida, sferzante anche di quella che è la nuova struttura del potere, che parte dagli Stati Uniti, interessando sempre più anche il continente europeo. Un potere fatto da un’alleanza tra l’industria militare e l’industria finanziaria, che si è organizzata attorno ai poteri, sia degli Stati Uniti che degli altri paesi, come una gang, cioè una banda”, incaricata di svolgere “funzioni predatrici verso i popoli sia europei, sia
degli Stati Uniti”. Trascorsi ormai sei anni dall’inizio della grande crisi finanziaria, avvenuta nel 2007, Galbraith riscontra la mancanza di teorie che comprendano appieno le cause della crisi attuale, tanto da definire “impasse intellettuale” quella in cui siamo arenati; si tratta di una sorta di “guerra economica di trincea” tra coloro i quali si definiscono sostenitori di Keynes e i propugnatori dell’austerità. Mentre i primi, nelle loro analisi, “tendono ad invocare le bolle speculative”, i secondi “invocano distorsioni e interferenze da parte dello stato”; dunque, da tale presupposto, fanno scaturire rispettivamente il rimedio dello stimolo statale e le restrizioni dell’austerità. I sedicenti keynesiani, dalla cui visione semplicistica, secondo Galbraith, si sarebbe certamente discostato l’autore della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta del 1936, propongono misure destinate a svolgere “un’azione temporanea”; sarebbe come somministrare “un infuso ad un corpo che è fondamentalmente in salute, ma fiacco”, che si riprenderà da sé, senza considerare che “l’organismo può non essere sufficientemente sano”. Entrambe le visioni accettano, però, gli argomenti del “consolidamento fiscale e della responsabilità fiscale”; concordando sulla contrazione del welfare state, si distinguono solo per il tempo in cui ciò debba avvenire; in particolar modo, per i sedicenti Keynesiani, nel futuro e non nel presente.
Nella prospettiva suggerita da Galbraith, invece, “la crisi non è conseguenza di uno shock”; piuttosto, rappresenta “il collasso finale di un sistema già danneggiato”, che, nel periodo precedente al 2000, precisamente a partire dal 1975, evidenziava già delle difficoltà. Dopo aver considerato il problema del costo delle risorse, il professore ha rievocato le ripercussioni della crisi americana dei mutui subprime sul resto del mondo, in particolare in quei paesi, come l’Europa, con il sistema finanziario più sofisticato, evidenziando “le differenze di strutture e istituzionali”, che hanno influenzato le risposte date dagli Stati Uniti e dall’Europa. Tali distinzioni risiedono primariamente nella presenza di stabilizzatori automatici negli Stati Uniti, che hanno lavorato molto in fretta per risanare circa il 10% delle perdite; la tempestività è data dal controllo esercitato da parte del governo federale sull’intera economia. In Europa, invece, la stabilizzazione è stata circoscritta solo ad alcuni paesi, anche perché sono state forzate politiche di austerità. Il problema del debito delle famiglie statunitensi è destinato a scomparire per estinzione o rifinanziamento; lo stesso non può dirsi per il debito sovrano europeo, un problema perpetuo, che richiede un negoziato o un default. In ultimo, se negli Stati Uniti il governo interviene per fronteggiare le calamità ovunque accadano, in Europa, complice il radicato istituto di austerità, non è possibile richiedere la collaborazione di altri stati.
Quali, dunque, gli scenari futuri per l’Europa?
Secondo Galbraith, per il quale sarebbe necessario un “programma di solidarietà” alimentato da un flusso di reddito stabile proveniente dai paesi centrali a favore delle persone che in periferia non lavorano, qualora non avvenga “una divisione negoziata tra regioni che non hanno l’euro e altre che lo hanno”, si prospetterebbe “una soluzione jugoslava, soluzione estremamente sgradevole”. Non è detto che una dissoluzione disordinata dell’Eurozona avvenga in maniera pacifica, “con la protezione delle proprietà e delle persone”. In base a tale orientamento, un ruolo chiave potrebbe essere giocato dai leaders italiani, i quali dovrebbero “sottolineare questo punto e l’urgenza, perché, se non cambiasse la politica, la struttura crollerebbe frantumata” a causa della pressione alla quale è sottoposta.
In Italia, però, il pensiero politico preminente continua a discorrere di moneta unica.

Commenti  

 
#1 Catone 2013-06-27 14:13
..al Governo..
 

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