Mercoledì 19 Dicembre 2018
   
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BAVAGLIO ALL'INFORMAZIONE. CRONISTI MINACCIATI PARTE 2

contro il bavaglio

Pubblichiamo la seconda parte del reportage a firma di Attilio Bolzoni, illustre firma de la Repubblica (che insieme al dipartito Giuseppe D'Avanzo aveva pubblicato Il capo dei capi, la vera storia della mafia corleonese), che traccia un minimo profilo di quel che accade ai giornalisti in Italia.

Abbiamo deciso di condividerlo per comunicare, a chi ha tentato e sta tentando di polverizzare il nostro lavoro con terrorismi psicologici (e qualche cos'altro), che la dignità è un valore nobile (che evidentemente non appartiene di default) e che certi sotterfugi sono denunciabili. Insieme alle azioni illegali.

In queste "assonnate" giornate d'agosto noi non stiamo dormendo.

***

Perché il giornalismo fa paura? C’è una strategia contro chi non vuole piegarsi alle cupole criminali e alle cupole politiche? “Ci sono colleghi che si ostinano a fare il loro lavoro e questo sta diventando molto rischioso”, risponde Alberto Spampinato, un bravissimo giornalista siciliano – segue per l’agenzia Ansa i presidenti della Repubblica – che nel 2007 ha avuto l’idea di far nascere un osservatorio, Ossigeno per l’informazione, sui cronisti sotto minaccia. Nel 1972 Alberto ha perso un fratello. Si chiamava Giovanni, era corrispondente dell’Ora da Ragusa: lo assassinarono mafia ed eversione nera. Dopo avere scritto un libro su Giovanni, Alberto Spampinato si è buttato in quest’avventura: “Ho capito che il meccanismo che aveva ucciso mio fratello è tuttora attivo e continua a macinare vite di giornalisti”. L’osservatorio ha anche un contatore che registra i nuovi casi di intimidazione.

Dicono quello che altri non dicono. Pino Maniaci, dagli schermi di Telejato a Partinico. Enzo Palmesano, che svela le contiguità fra i camorristi Ligato e Lubrano e uomini politici di Pignataro Maggiore. Le testimonianze di Tina Palomba e Marilena Natale nelle terre di Gomorra. Gianni Lannes, freelance pugliese e il siciliano Nino Amadore con le sue cronache sul pizzo fra le due sponde dello Stretto.

“Sei morto”, è il messaggio che ha trovato sulla scrivania Daniele Camilli, collaboratore de L’Opinione di Viterbo. L’hanno seguito di notte e hanno fatto irruzione nella casa di Vetralla, il suo paese. Lo perseguitano. Nei cunicoli di Viterbo Daniele aveva scoperto una trentina di scavi clandestini, traffico di reperti archeologici. È sopraffatto: “Me ne vado: a Vetralla non posso più vivere”.

Più di tutti gli altri però, assediati sono sempre i giornalisti calabresi. Angela Corica ha solo 25 anni, 5 colpi di pistola contro la sua auto. Nino Monteleone ha 27 anni e anche la sua macchina è saltata in aria. Sul blog racconta dei Serraino e della loro latitanza protetta dai picciotti di altre famiglie. Una notizia nella notizia che anche gli inquirenti non conoscevano: significava che tutti i clan di quella zona rispondevano a un solo comando. Averlo fatto sapere gli è costato molto. Quello di Nino è stato l’unico attentato scoperto contro i giornalisti. I due mafiosi che lo seguivano avevano una cimice che li ascoltava. Si sentivano le loro voci mentre stavano per colpire.

I mafiosi leggono. Fanno confronti. Giudicano i giornalisti. E poi reagiscono.

A Michele Inserra hanno mandato un “regalo”: la cartuccia di un fucile da caccia. Allora Michele stava a Siderno, una delle capitali della Locride. Racconta: “Una volta la ‘Ndrangheta era come un fantasma, tutti ne sentivano parlare ma poi dicevano che non l’avevano mai vista. Quella parola non bisognava scriverla. Ora sta cambiando, lentamente ma sta cambiando”.

Le cattive abitudini del vecchio giornalismo calabrese. Che poi qui erano anche le cattive abitudini dei poliziotti, dei magistrati, degli avvocati, degli imprenditori. Muto tu e muto io. Chi prova a spezzare il muro di omertà entra nella lista. C’è finito anche Francesco Mobilio. Lui è un cronista di “bianca”, nei suoi articoli non cita mai i nomi dei mafiosi. Apparentemente si occupa d’altro. Apparentemente. Ogni mattina fa il giro delle stanze del Comune di Vibo Valentia, riferisce di consigli comunali, pubblica inchieste sui problemi della sua città. Come quella sull’edificio che a Vibo chiamano “il palazzo della vergogna”, una costruzione abbandonata da 15 anni nel centro storico. Un sindaco aveva avuto la bella idea di abbattere l’edificio e ricavarci una piazza. Francesco ha fatto il suo articolo. Minacce di morte e pallottole. Il palazzo della vergogna è sempre nel cuore di Vibo Valentia. E Francesco continua a fare il suo mestiere. Come gli altri. Come Michele, Giuseppe e Nino, Angela, Lucio, come Filippo, l’altro Michele, Agostino, Leonardo, i due Antonio, Fabio, Lino, Alessandro, Marilena. Tutti con il vizio di scrivere. Infami.

Commenti  

 
#5 Domenica Acito 2011-08-21 11:53
Piena solidarietà a tutti i giornalisti che, con coraggio, non si lasciano intimorire e continuano seriamente a fare libera informazione. Con le minacce si vuole mettere il bavaglio per continuare ad agire nella illegalità.Chi crede nella Democrazia difenderà sempre la libertà di opinione e di informazione.
 
 
#4 michele amoruso 2011-08-20 17:06
mi associo alla domanda di 251: sta succedendo qualcosa alla vostra redazione?...anche se, me ne rendo conto, non sarà facile rispondere...
 
 
#3 secondoquintoprimo 2011-08-20 10:06
Ma è possibile sapere a cosa si riferiscono "terrorismi psicologici" e "sotterfugi"?

La prima e la seconda parte dell'articolo sono sì interessanti, ma sarebbe altrettanto interessante sapere cosa sta succedendo alla vostra Redazione.
 
 
#2 Gianfranco 2011-08-17 14:45
SENZA PAROLE!MEGLIO IL SILENZIO,MA MAI OMERTA!
 
 
#1 Vitoronzo Pastore 2011-08-17 09:11
INQUIETANTE, "ieri come oggi" ... la storia si ripete??
Mi associo a non barattare la LIBERTA'
 

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